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Carlo Beghè / paglia / Signa

Carlo Beghe’ e la paglia di Signa – 1 parte

Quella della lavorazione della paglia è un’arte antica; in Toscana le fibre vegetali spontanee venivano lavorate già nel XIV secolo, inizialmente in maniera grossolana e poi via via sempre più raffinata, tanto che nel ‘500 il Granduca Cosimo I donò vari esemplari di cappelli realizzati sul territorio fiorentino ai sovrani europei. Ma è nel ‘700 che l’intreccio della paglia si afferma come prodotto di alta qualità facendo del cappello di paglia di Firenze un sinonimo di eleganza che lo ha reso per quasi duecento anni accessorio irrinunciabile per nobili, borghesi e ceti meno abbienti.

1857 Franz Xaver Winterhalter ritratto di Eugenia de Montijio moglie di Napoleone III

A parlarci della paglia e della storia dell’azienda di famiglia è Annalisa Beghè, la più giovane discendente della ditta Carlo Beghè, fondata a metà degli anni ’30 proprio dal nonno di Annalisa.
Ci incontriamo nel laboratorio di Signa, la “capitale” della paglia.
Annalisa ha un sorriso accogliente, capelli biondi e occhi chiari; lei e suo fratello Pietro sono cresciuti qui, giocando nel cortile dove ancora oggi vengono messe ad asciugare le tovagliette appena cucite.

“Mio padre dava un premio a chi di noi ne raccoglieva di più” ci dice “era il nostro gioco, ci divertivamo e giocando davamo una mano.”
Annalisa ricorda con piacere la sua infanzia “Ho bellissimi ricordi” ci dice “mio padre e mia madre hanno sempre lavorato la paglia e prima di loro i miei nonni. E’ una tradizione di famiglia, per questo né io né mio fratello abbiamo mai pensato di fare un lavoro diverso da questo”

Anni ’70 – legatura delle trecce nel cortile della ditta Beghe’

La seguiamo nella stanza dove prepara i modelli, è lei la creativa dell’azienda; sul tavolo di Annalisa ci sono vari prototipi di borse, sono tutti campioni che sta elaborando per la nuova collezione con tessuti colorati e passamanerie.
“Quando eravamo piccoli” racconta “era tutto molto diverso da oggi. Tutta la zona di Signa era un’immensa distesa di campi di grano per la lavorazione dei cappelli e noi in queste campagne eravamo liberi di giocare”.

Campi di grano a Signa

Signa

Signa, il più piccolo Comune della provincia di Firenze, si trova su un’area dove confluiscono tre fiumi (Arno, Bisenzio e Ombrone Pistoiese) a una distanza di meno di 20 km a ovest del capoluogo.
La parte alta del paese, la più antica, è detta “Castello” e risale intorno all’anno Mille; la parte bassa è invece più recente e si è sviluppata lungo l’Arno per motivi commerciali.

L’Arno a Signa

Nella Toscana del Trecento infatti la rete viaria terrestre era così poco sviluppata che quando era possibile venivano preferiti i percorsi fluviali. In particolare, il tratto dell’Arno tra Signa e Pisa si attestò come una via d’acqua fondamentale essendo navigabile anche nella stagione estiva.
Dalle lettere di accompagnamento delle merci dell’epoca si ricava testimonianza di un ricchissimo mercato di scambi: olio, sale, vino, spezie e pesce ma anche il ferro che veniva prodotto all’Isola d’Elba ed era necessario per realizzare le armi e le armature.

Il vecchio ponte di Signa sull’Arno, distrutto dai tedeschi nel 1944


Signa diventò uno scalo di importanza rilevante anche grazie alla costruzione del ponte sull’Arno, l’unico fino al XIV secolo, che collegava le due sponde del fiume.
Fino al Novecento il collegamento principale fra Firenze e Pisa che apriva lo sbocco verso il Mare Tirreno passava sempre per Signa.

Documenti del 1500 testimoniano poi l’esistenza di una categoria professionale per i soli produttori di cappelli; questo conferma il fatto che la lavorazione della paglia aveva già all’epoca una notevole rilevanza.
Nel Settecento la produzione dei cappelli di paglia di Firenze si sviluppa ulteriormente con l’arrivo a Signa del bolognese Domenico Michelacci che intuisce le potenzialità di questo materiale e inizia a commerciare cappelli con Londra.
I cappelli di paglia arrivavano a Livorno coi navicellai che trasportavano merci a Pisa e da qui venivano poi spediti in tutta Europa dove erano chiamati “leghorn” proprio dal nome inglese della città di Livorno.
Michelacci si rese conto che il prodotto andava migliorato per incontrare i gusti raffinati del pubblico europeo, capì che era necessaria una paglia più sottile, flessibile e di colore uniforme. Dopo varie sperimentazioni nel 1718 iniziò a seminare il grano marzuolo, che con la sua spiga piccola e il lungo stelo lucido e flessibile risultò perfetto per l’intreccio.
Veniva seminato fittamente ed era raccolto prima che giungesse a completa maturazione per evitare che seccandosi indurisse.

Spighe di grano Marzuolo

La domanda crescente di cappelli impose una doppia semina all’anno di grano marzuolo la cui coltivazione finì per occupare un terzo dei terreni dell’area di Signa.
Furono studiati nuovi trattamenti di sbiancamento della paglia che con abilità veniva lavorata, intrecciata e cucita per realizzare cappelli di tutte le fogge secondo la moda dell’epoca.

Venne a crearsi una vera e propria industria della paglia che ai suoi massimi splendori occupava circa ottantamila persone, principalmente donne, dette “trecciaiole”.

Le trecciaiole

Le trecciaiole lavoravano al proprio domicilio per integrare il reddito familiare e occuparsi contemporaneamente della casa e dei figli. Non si trovavano solo a Signa ma in tutta la piana del Bisenzio, a Carmignano fino a Prato e nel pistoiese; c’erano trecciaiole anche a Impruneta, a Fiesole e a Firenze nella zona di Sanfrediano.

Le trecciaiole

“Sanfrediano è la piccola repubblica delle lavoranti a domicilio: sono trecciaiole, pantalonaie, stiratrici, impagliatrici che dalla loro fatica, sottratta alle cure della casa, ricavano ciò che esse chiamano il minimo superfluo di cui necessita una famiglia, quasi sempre numerosa, alla quale il lavoro dell’uomo apporta, quando c’è, il solo pane e companatico.”

Vasco Pratolini “Le ragazze di Sanfrediano”

Le trecciaiole imparavano a lavorare fin da piccole realizzando con rapidità e precisione intrecci delicati come merletti. Venivano pagate a cottimo per produrre giornalmente metri e metri di trecce utilizzando da 3 a 13 fili.

“Ella si chiama Tosca, ha diciotto anni, e tiene in mano le strisce di paglia da quando è nata; ci si baloccava, dentro il canestro che le serviva da culla, deposta com’era sul marciapiede, nelle belle giornate accanto a sua madre che rivestiva le sedie e si regolava per nutrirla , con la campana del Cestello, che suona ogni ora come un orologio. Adesso lei è più svelta della madre, accumula più pezzi nel corso della giornata”

Vasco Pratolini “Le ragazze di San Frediano”

Nel 1840 il granduca Leopoldo II fece realizzare una stazione a Signa lungo la strada ferrata detta “Leopolda” che univa Firenze a Livorno; fu la prima stazione realizzata a scopi prettamente commerciali per favorire l’imbarco dei cappelli di paglia su rotte transoceaniche. Il cappello di paglia di Firenze raggiunse così non solo le principali capitali europee ma anche New York, il Messico, l’Egitto e Costantinopoli con numeri di produzione che negli anni venti del ‘900 superarono i 30 milioni di pezzi l’anno.

William McGregor Paxton: a sinistra “La Russe” 1913 – a destra “The Leghorn Hat” 1915

Nella lunga storia della paglia non mancarono però i momenti di difficoltà causati da guerre o da crisi economiche.
Verso la seconda metà dell’ Ottocento si inserirono sul mercato numerose imitazioni della treccia fiorentina provenienti da altri paesi europei e anche dall’estremo Oriente. Questa concorrenza provocò una crisi nel settore della paglia fiorentina che fece ridurre drasticamente le paghe alle trecciaiole; dalle 2-8 lire che potevano arrivare a guadagnare giornalmente si ritrovarono a ricavare 10, massimo 20, centesimi di lira al giorno e le loro condizioni di vita divennero talmente disperate da non riuscire nemmeno ad acquistare mezzo chilo di pane.

Il 15 maggio 1896 una di loro, Barsene Conti, si sdraiò per protesta sui binari del tram dando il via ad uno sciopero che durò oltre un mese allargandosi a tutti i comuni della provincia di Firenze coinvolgendo un migliaio di trecciaiole. Assaltarono i carretti dei fattorini, distrussero un carico di cappelli e si scontrarono ripetutamente con le forze dell’ordine.
Fu uno dei primi scioperi di rivendicazione salariale promosso da donne ed ebbe una notevole risonanza ma nonostante il sostegno della Camera del lavoro le trecciaiole non ottennero quanto sperato e Barsene Conti in qualità di promotrice della rivolta fu arrestata.

“Mia nonna” ci dice Annalisa “era una trecciaiola”.

1968/69 – In questa foto vediamo il babbo e la nonna di Annalisa festeggiare la vittoria del secondo scudetto della Fiorentina con un giocoso sombrero in paglia decorato con le foto dei giocatori

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